domenica 15 giugno 2008

Osserva e ascolta, ma non credere. Non ripetere ciò che non capisci. Sii onesto con te stesso. Con questa onestà e semplicità nel tuo cuore, la verità può bussare alle tue porte.
Dr. R.P.Kaushik

sabato 14 giugno 2008

Namaste

Questo video è il mio saluto di benvenuto.
E' indirizzato anche a tutti coloro che involontariamente ho ferito, ma a cui voglio bene. E' per farmi perdonare di non essere stato umile, ma egoista; di essere stato indiscreto ed invadente. E' la speranza che anche quello che di buono ho fatto, se lo fatto, non si disperda, ma rimanga da qualche parte nel loro cuore...un ricordo piacevole...Se così fosse, ne sarei felice, perchè questo è quello a cui tendo...sempre, anche se non sempre mi riesce bene.
Namaste

domenica 8 giugno 2008



mercoledì 4 giugno 2008

Sole e Ombra


"Una lavatrice nel cielo...anzi...la MIA lavatrice!" urlò, ma fu colta subito da un dubbio. "No...non è la la mia lavatrice. La mia è a casa ed è guasta dal...dal...1970". Era incerta sull'anno. "1970...No, non può essere...e poi questa è gialla e dà fastidio alle....orecchie...orecchie?...non ho male alle orecchie. Non c'e' neanche un alito di vento!".
Strizzò gli occhi. A guardare quell'oggetto sospeso nel cielo le procurava fastidio alla vista. Quando li riaprì la lavatrice era scomparsa dalla sua mente. "Ecco la luna. E' già notte", pensò, "Devo dormire, altrimenti domani avrò mal di testa. Mi viene sempre mal di testa, quando non dormo a sufficienza". Mugugnando si agitò sulla sedia. Si voltò un pò verso destra, un pò sul lato sinistro; non riusciva a trovare una postura comoda che le consentisse di distendere le gambe. Sentì un calore che dalla fronte si diffondeva su tutto il viso. Fu investita dal ricordo di un lettino sul ponte di una nave da crociera. Avvertì l'odore salmastro del mare trasportato dal vento. "Ieri il matrimonio, il pranzo, gli invitati, tutto quel trambusto e oggi finalmente in viaggio verso la Grecia". Emise un profondo respiro di sollievo. Strizzò nuovamente gli occhi. "Dove avrò lasciato le spalline. Il vestito cade male e mi stringe sotto le ascelle".
"Che caldo" si disse. Improvvisamente aggrottò la fronte. "Ma chi ha messo la mia camicetta di seta nel mucchio insieme al bucato che deve andare a sessanta gradi?". Mentre si chiedeva che fine avesse fatto la torta nuziale un ombra si allungò sulla sua figura.

"Mamma, sei qui!". Una signora entrò nel suo campo e l'immagine si sovrappose ai suoi pensieri. "Ah, signorina, mi può portare una scarpa...come..una scarpa?...Ma no, non credo sia il caso...le scarpe le ho indosso", le disse sorpresa. Teneva la testa inclinata in avanti sforzandosi di guardarsi i piedi. "Forse hai sete, mamma?" "Sete?...mamma? Neanche un pò...Però se fosse così gentile da portarmi da bere?..ma..ci conosciamo?". Alzò la testa per vedere meglio la nuova arrivata. "Mamma, sono io, Giulia, tua figlia. Ti ho portato il gelato, come mi hai chiesto tu martedì", esclamò con esagerato entusiasmo cercando così di nascondere il disagio per non essere stata riconosciuta. La madre non diede segno di averla capita. Anzi, voltò la testa dalla parte opposta, infastidita da quella presenza estranea.
La figlia si sedette di fianco alla sedia, sull'erba. In silenzio scartò il pacchetto che teneva in una mano. Il fruscio della carta attrasse l'attenzione dell'anziana, che si girò nuovamente per vedere cosa stesse accadendo. Era una coppa di gelato alla fragola che al calore estivo si stava velocemente squagliando. Con il cucchiaino di plastica la figlia iniziò ad imboccarla. Quella sostanza dolciastra che si scioglieva in bocca le fece provare un piacere profondo. Si ricordò di quando era piccola e la domenica usciva con papà. Il suo viso si illuminò al ricordo. " E' buona la torta al cioccolato, vero?", le chiese con una voce piena di gratitudine. Ne prese solo altri due assaggi, poi chiuse gli occhi. Era stanca. Stettero insieme ancora un pò, in silenzio.

Era trascorsa un'ora da quando la figlia se n'era andata, ma la signora era sempre lì, seduta al sole, immobile. Aveva appoggiato la testa sul sedile, un lieve sorriso sulle labbra come se stesse facendo un sogno piacevole.

"Signora Steiner!...Ah, eccola finalmente...Ma dove si era cacciata? L'ho cercata per tutto il parco". L'infermiera sbucò tutta affannata da dietro un gruppo di pini. "Chi l'ha spinta fin qui lasciandola tutta sola sotto il sole cocente?". La signora Steiner si voltò lentamente verso di lei. Ora la fissava in silenzio con un'espressione di stupore in volto. Non aveva compreso. "Sono appena tornata dalla Grecia e non ho ancora disfatto le valige". "Certo, certo...che stupida! Come ho fatto a dimenticarmi del viaggio. Comunque adesso non c'è tempo per sistemare il guardaroba. Deve rientrare con me. La stavamo cercando tutti", disse l'infermiera scuotendo la testa e sospirando. Mentre si dirigeva svelta verso l'edificio, una gamba della paziente scivolò dall'appoggio della carrozzella. Ora sfregava e rimbalzava inerte contro la ruota. L'infermiera sbuffando si fermò. Si chinò a sistemare la signora Steiner. "Uh, quanto pesa! Devo confessarle che da quando è quì si è appesantita un pò. Trascorre il suo tempo a sonnecchiare, ma non le manca certo l'appetito. Sarò costretta a farla mettere a dieta...Ecco fatto..Ma ora facciamo presto. E' ora di riposare!". La signora Steiner non la poteva più sentire. Si era addormentata.
L'infermiera si aggiustò i capelli che nello sforzo erano finiti sugli occhi. Pensò, che forse, se avesse fatto in tempo, sarebbe andata dal parrucchiere.
Riprese a spingere la carrozzella.

Flash (febbraio 2001)

Io



Non mi cercare
dov'e' buio
dove riscalda il sole.
Non sono notte
nè giorno.
Sono nell'ora che accompagna l'alba
quando ancora tutto dorme
quando i tuoi occhi
ancora pieni di sonno
non vedono altro
che i tuoi sogni.

Flash (giugno 2008)

Parole e Ricordi


Parole
che non ti ho mai detto

per pudore
per paura di essere banale.

Rimangono sospese
come ragnatele

si agitano
come panni al sole

cadono
come perle di pioggia

evaporano
sulla terra bruciata dal sole

e fanno male
quanto un distacco.

Sono quelle,
le parole,
che non hai compreso.

Flash (luglio 2007)



I ricordi che mi hai lasciato...

I ricordi che mi hai lasciato
sono sparsi ovunque
un pò qua...un pò là.
Sono caduti in terra
come tante perle sfilate da una collana spezzata
sono rotolati via.

La vita scorre tranquilla.
Non ti penso,
ma capita che la punta del piede colpisca una perla
vada a sbattere contro il mobile
o ci scivoli sopra,
sbadato come sono.

La raccolgo.
Ti penso
e mi viene nostalgia.

Flash (luglio 2008)

Identità


Non ti è mai capitato
di aprire le mani
e specchiarti dentro
e vedere
nelle tue mani
nel tuo volto
il riflesso di un altro?

Flash (aprile 1985)

Pensieri


Il vento urla
e scompiglia i pensieri

come foglie secche
si buttano
in un girotondo sfrenato.

Flash (aprile 1985)

Randagio


Sono abituato
ad essere abbandonato.
Sono un cane
senza padrone.

Tienimi con te e
chiudi la porta.
Potrei uscire
e perdermi nella notte.

Fuori piove
e non c'è neanche la luna.

Flash (luglio 2007)

martedì 3 giugno 2008

Johann Becker


Johann Becker aveva ormai superato i settantacinque anni e da dieci era in pensione. Tutte le mattine si alzava alle sei. Come prima cosa caricava ed accendeva la macchina del caffè in modo che fosse pronta quando finiva di radersi. Poi, si infilava nel bagno che rappresentava l'unico momento della giornata in cui si guardava allo specchio, perchè costretto.
Il signor Becker era solo. Abitava una soffitta in Marienstrasse, a Berlino.
Terminate le abluzioni mattutine e la colazione si infilava nel cappotto nero di lana pesante che portava sia estate che inverno; ai cambiamenti delle stagioni lui ormai non badava più. Il cappotto, una volta elegante e lucente era diventato opaco. Oltre a pesare ogni giorno di più era diventato, a dispetto dell'infeltrimento della lana causa i ripetuti lavaggi, sempre più lungo ed ampio, così lungo e ampio che le maniche gli coprivano parte del dorso della mano donandogli un aspetto da spaventapasseri.
Ed era così, con quel cappotto nero, che lo si incontrava tutte le mattine di buon ora nonostante non andasse più a lavorare, perchè tutte le mattine si incamminava verso il centro città dove erano situate le librerie più fornite. Lungo la via salutava la fruttivendola che parecchie volte gli aveva aggiunto una mela alla frutta già pesata. Perchè la signora Meier, inacidita dalla vita, possedeva però un cuore generoso. Al signor Becker piaceva dilungarsi con lei per raccontare delle notti in bianco trascorse a ripensare alla sua defunta consorte e anche, un giorno, ha confessato quanto fosse difficile tirare avanti con la sua misera pensione di operaio " Signora, per ben due volte sono stato costretto a iniziare da capo quando due bombe inglesi mi hanno distrutto la casa durante la guerra". La Meier non si lasciava sfuggire l'occasione di riprenderlo per lo stato di abbandono in cui si era ridotto a vivere, ma poi gli infilava di nascosto una mela nella borsa della spesa in modo che lui, rientrando in casa e scartando la frutta si accorgesse di quella mela, perchè, così rossa, spiccava tra tutte quelle pere verdi. Al ripetersi di codesto rituale, oseremmo supporre ormai quotidiano, il signor Becker non poteva trattenere un sorriso di gratitudine per la fruttivendola che gli aveva risparmiato, ancora una volta, l'imbarazzo di un ringraziamento.
Quel giorno, come del resto tutti gli altri, Becker passò accanto al negozio della signora Meier. La fruttivendola era intenta a disporre la frutta e la verdura fuori dal negozio, dava le spalle al marciapiede e non lo notò. Ma, anche se lo avesse notato, Becker non avrebbe voluto vederla, era troppo bronciato. Il suo volto appariva piccolo, piccolo dentro quel colletto rialzato per il vento e Becker non guardava altro se non le sue scarpe che si facevano impazienti di arrivare in centro per poter calcare e sentire lo schricchiolìo del parquet della libreria a cui era solito recarsi il sabato.
La libreria distava una buona mezz'ora dalla sua abitazione e quel giorno si sentì troppo impaziente per lasciarsi sfuggire l'autobus che si era fermato proprio a pochi passi da lui.
Tutta quell'agitazione e quell'umore pessimo avevano un origine ben preciso. Il signor Becker, grande lettore da ormai più di cinquant'anni, possedeva una trascurabile biblioteca, se paragonata a quella centrale di Berlino, ma ben fornita se si consideravano angusti spazi e ristrettezza economica in cui era costretto a vivere. C'e' poi il fatto ,non irrilevante, che gran parte dei suoi libri era andata persa durante il crollo della vecchia casa. Oggi ne possedeva soltanto 5000.
Il Signor Becker, seppur non giovanissimo, possedeva una lucidità mentale e soprattutto una memoria che avrebbe fatto invidia ad un ventenne. Ma se nei giovani il fervore, tale bramosia di conoscenza può essere considerato un vantaggio, con il trascorrere degli anni acquista un risvolto negativo tanto da considerare l'avvento dell'oblio non totalmente nocivo. Becker ricordava la trama di ogni libro fin nei minimi particolari. Non di rado gli capitava di riconoscere in alcuni passaggi linguistici di nuovi scrittori emergenti gli stessi letti trentanni addietro. Tutto ciò potrebbe sempre trovare una scusante visto che la mente umana è, sì una fucina di idee, ma non sempre in grado di partorirne delle originali.
A questo punto della storia il lettore potrebbe spazientirsi non trovando in tutto ciò una ragione plausibile per spiegare l'irritazione del protagonista. Ma, se ciò avvenisse, dimostrerebbe di non far parte di quella minoranza che fa della lettura una ragione di vita.
Una volta sceso alla fermata di Koenig Wilhelm Platz percorse quasi di corsa il tratto che lo separava dalla libreria. Inutile riportare gli improperi che rivolse al commesso il quale la settimana precedente gli aveva consigliato due libri ora semidistrutti ai piedi della poltrona, luogo in cui erano planati dopo averli classificati come "insulti all'umana intelligenza". Pure irrilevante, ai fini della comprensione della storia, le scuse del commesso costretto ad ammettere che nulla di quanto pubblicato negli ultimi anni poteva essere paragonato al capolavoro di Hugo, a un'opera di Tolstoj. Fu tale l'energia con cui il signor Becker si sfogò che tutta la sua figura si scompose tanto da far allungare una manica del cappotto di circa una decina di centimetri a discapito dell'altra facendolo assomigliare ancora di più ad uno spaventapasseri.
Indignato uscì dalla libreria senza aver acquistato nulla e sbattendo la porta. Ma, anzichè allontanarsi dal negozio, Becker rimase lì in piedi a fissare la statua di bronzo di re Guglielmo. Per la prima volta dopo la morte della sua tanto amata, e aggiungiamo anche paziente, consorte il signor Becker si sentì perso, desideroso di ritirarsi nel suo appartamento divenuto l'unico rifugio da quel mondo che improvvisamente gli sembrò incomprensibile e per questo poco allettante, ma senza per questo trovare la forza di muovere un passo. Calmatosi leggermente e rimuginando sulla sua disgrazia di essere sopravvissuto a sua moglie, il signor Becker ripercorse a piedi la strada verso casa. E allora gli balenò una sola idea: risistemare tutti i suoi libri.
Ora, la reazione del protagonista potrebbe apparire alquanto esagerata. Tuttavia, è opportuno aggiungere che non due, bensì numerosi se non adirittura troppi erano ormai i libri da lui eticchettati come "insulto all'umana intelligenza". Gli ultimi due non avevano fatto altro che versare la famosa goccia nel vaso ormai traboccante.
Fu mentre risuscitava i volumi più vecchi sui ripiani alti della libreria che gli venne l'idea. Accatastò tutti i libri formando alte pile sul pavimento già ingombro di volumi. Se non ci fossimo accorti di quel suo sguardo di sfida avremmo potuto anche preoccuparci per la salute del signor Becker vedendolo arrampicarsi e ridiscendere la scala dieci, venti fino a cento volte senza concedersi neanche una sosta. Se poi ci fosse venuto in mente anche il ricordo della forte emozione provata dal suo cuore nella libreria del centro, la cosa avrebbe potuto metterci addirittura in allarme. Fortunatamente per il lettore, e forse di più per il signor Becker, il protagonista giunse incolume al termine della sua fatica. Appoggiati i gomiti su due pile di libri, il signor Becker iniziò a sfogliare ad uno ad uno i volumi, scartandone alcuni, strappandone pagine da altri. Questo lavoro, che iniziò come una reazione alla sua forte irritazione facendo quindi supporre un suo rapido compimento, durò in realtà ben 3 giorni.
Esausto per il scarso sonno e cibo il signor Becker si abbondonò sulla poltrona esausto ma soddisfatto. Al suo fianco si ergeva una pila di migliaia di pagine disomogenee tra loro, alcune gialle altre verdi, grandi e piccole, di pergamena e di carta riciclata, stampate con caratteri rotondi, obliqui, allungati, neri, blu...
Il signor Becker era felice, perchè aveva estratto da 5000 libri le pagine migliori, aveva dato vita e corpo ad un'opera letteraria, ad un libro che non lo avrebbe certamente deluso.

Flash (settembre 1998)

lunedì 2 giugno 2008

Nei mari estremi


Non sapevamo
che l'eterno è tempesta
ora tremiamo
nelle misere vesti
al vento siderale

Lalla Romano

Ad un'amica che non c'è più


C'erano molte cose che volevo dirti
Prima che te ne andassi, ora non potrò più dirle.
Il sole si spande sul balcone
creando macchie d'ombra negli stessi posti,
io solo posso ormai vederlo, io solo posso sentire il vento
ed è troppo forte.
Il mondo ribolle di parole. Perdonami...

Paul Bowles, 1975

Consigli sulla felicità



Non è saggio colui che cerca la felicità, ma colui che evita i mali.

A. Schopenhauer

domenica 1 giugno 2008

Amore/Apprezzamento


da "I messaggi dell'acqua" di M. Emoto